La storia di panta rei è una storia fatta di carne, carne e fatica per chi ci ha lavorato, e carne ed idee perchè i fondatori (1976) della Cooperativa “nostra madre” (la buona terra) misero piede sulle colline del Trasimeno proprio con progetti di “allevamento di bestiame brado contro la stabulazione fissa che affama il mondo”. Periodicamente escono articoli, ricerche, emergenze legati alle tematiche del cibo in generale ed in particolare al consumo ed al sistema di produzione delle carni. A questo proposito vi segnaliamo questo post tratto dal blog del corsera:
“NEW YORK – L’impatto ambientale del consumo di carne è molto più devastante di quanto non si sia pensato fino ad ora. Lo affermano gli scienziati americani Robert Goodland e Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change, uno studio pubblicato sull’ultimo numero dell’autorevole World Watch magazine dove affermano che oltre metà dei gas serra (o GHG) prodotti oggi dall’uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame.
Già nel suo dossier del 2006 Livestock’s long shadow (La lunga ombra del bestiame) la Fao aveva attestato come il settore della produzione di carne sia causa del 18% delle emissioni totali di gas serra dovute alle attività umane: una percentuale simile a quella dell’industria e molto maggiore di quella dell’intero settore di trasporti (che ammonta a un 13,5%).
Ma secondo le più recenti rilevazioni effettuate da Goodland e Anhang il bestiame e i suoi sottoprodotti immettono nell’atmosfera oltre 32.6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno, ovvero il 51 % delle emissioni di GHG prodotte annualmente nell’intero pianeta.
La carne presente nella nostra dieta è responsabile, insomma, dell’immissione in atmosfera di una quantità di gas serra – anidride carbonica (CO2), metano, ossido di azoto e simili – ben maggiore di quella immessa dai mezzi di trasporto o dalle industrie. Il motivo? Per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un’auto per 300 metri. Per la stessa quantità di asparagi, è come guidare la stessa auto per 440 metri. Per la carne di pollo, molto di più: 1,17 km, per il maiale 4,1 km, per il manzo 15,8 chilometri.
La conclusione dei due ricercatori è drastica quanto inevitabile: “Per invertire il devastante trend che sta inesorabilmente modificando il clima del pianeta Terra basterebbe sostituire i prodotti animali con quelli a base di soia o di altre colture vegetali. “Questo approccio avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile”, affermano i due esperti.
Non si tratta, insomma, dell’ennesima moda alimentare o imperativo etico-religioso ma di una condicio sine qua non per assicurarsi che il nostro meraviglioso pianeta esista ancora per i figli dei nostri figli. Prima che sia troppo tardi.”
Come ha sottolineato un mio amico di lungo corso appare sospetta la ricetta prospettata, pur riconoscendo la sovrapproduzione di carni destinate al consumo alimentare e le diete eccessivamente ricche di proteine animali, la soia trasgenica o l’ipotesi di culture vegetali sostitutive appare in se piuttosto insufficiente o piuttosto sospetta. Ma veramente pensiamo ancora che l’allevamento è il problema? Oppure possiamo parlare di come si alleva? Si sa che mentre 1 miliardo di persone soffre la fame (dati FAO), l’anno scorso si è prodotto cibo per 13 miliardi di persone. Il modello più consumi più funziona la nostra economia è piuttosto contraddittorio e portatore di grandi disuguaglianze. Non condividiamo allarmismi soprattutto in termini educativi, scrivere che di seguito ad una ricerca di due americani che promuovono il consumo di soia,sia messo in discussione il futuro del pianeta e dei nostri figli, soprattutto perché consumiamo troppa carne mi pare eccessivo.
Mangiare carne insomma si può e si deve, cerchiamo di sapere quale carne stiamo mangiando, come sono allevati gli animali, da quali fornitori si servono macellai, supermercati, ristoratori. Continuiamo a pensare che il nostro modo di allevamento sia un buon modo per garantire carni sicure, con impatto ambientale basso, salubri, gustose e nutrienti, continuiamo anche ad usare i nostri allevamenti per l’attività di fattoria scuola. Speriamo e lavoriamo perché la prossima epidemia diffonda metodi di allevamento simili ai nostri per tutto il pianeta.
Ah dimenticavo, Manuè è pronto lo spezzatino?