Premessa (visto che ho riflettuto per altri scopi, rifletto le riflessioni)
L’educazione ambientale non è fondata come scienza, direi che non può essere affrontata dal punto di vista epistemologico, quindi non ha una sua euristica; nella descrizione comune che ne viene fatta e che viene accettata di solito viene considerata elaborazione recente che a seguito dei cambiamenti climatici e della centralità assunta nella società, si è trasformata in educazione alla sostenibilità (esiste una corrente recente che vorrebbe nominarla come educazione alla sobrietà). Mantiene forete eterogeneità che la arricchisce, ma che ne indebolisce le possibilità di essere definita in modo univoco. Dal mio punto di vista, all’interno dell’insieme delle varie educazioni, l’educazione ambientale rimane l’insieme più grande che contiene sia le attività legate all’ambiente, che quelle legate alla sostenibilità, che quelle legate a particolari cicli produttivi come la fattoria didattica, che quelle legate alla didattica del patrimonio. L’educazione ambientale funziona quando definisce contenuto, contenitore, metodo e scopo in maniera netta e precisa, di volta in volta questi quattro elementi variano (con poco spostamento del metodo) andando a definire dei sottoinsiemi con caratteristiche proprie e caratteristiche simili, ma sempre dentro la cornice di riferimento metodologica dell’educazione ambientale. Da questa prima parte del ragionamento ho escluso gli attori dell’educazione ambientale, le persone direttamente ed indirettamente interessate (ad esempio alunni fruitori di un percorso e famiglie che ricevono effetti indiretti al rientro degli alunni a casa), ma che sono parte fondamentale e che meritano un discorso a parte.
Generalmente, ad oggi queste attività sono in piccola parte finanziate o cofinanziate dal Pubblico, in misura ancora minore (vista la scarsa attitudine italiana ad attivarli) cofinanziate dalla Comunità Europea, per la maggior parte pagate direttamente dai fruitori dei percorsi. Non c’è grande coordinamento e rispetto reciproco tra i soggetti che si occupano di educazione ambientale (Ministero, usr, scuole, enti locali, centri di educazioni ambientale, imprese che attivano percorsi legati alla propria missione d’impresa, vedi gesenu, coop, conad, o associazioni che entrano nelle scuole per “spiegare” le proprie attività).
Situazione normativa umbra
In Umbria esiste da due decenni la rete infea, legata alla struttura regionale del Cridea e composta da circa (il numero è variabile, ma oscilla sempre intorno a questa cifra, fra mortalità e natalità) 20 Centri di educazione ambientale. E’ molto eterogenea, abbiamo associazioni, imprese, enti, scuole, centro della forestale, che richiedono di poter entrare a far parte della rete e si sottopongono ad un processo di accreditamento volontario che esamina la richiesta (contenuto, contenitore e materiale umano) e che valuta, di volta in volta, la congruità della stessa e secondo criteri stabiliti ammette all’interno della rete. Il beneficio principale, per ora, rimane la partecipazione ad alcune attività in maniera esclusiva rispetto ad altri soggetti che fanno educazione ambientale, ma si muovono all’esterno della rete. La carenza di fondi fa si che il beneficio sia sempre minore. Dal punto di vista degli operatori è stato definito un repertorio di competenze per chi svolge questa attività, pubblicato sul BUR, ma siamo in attesa del percorso di certificazione di queste competenze così da capire cosa “tocca sapere” per fare l’educazione ambientale. Fra gli Istituti scolastici presenti nella Rete Infea cito, il Laboratorio di Allerona (anche Agenzia Formativa) e il Laboratorio di Scienze Sperimentali di Foligno in cui i sussidi della normale didattica diventano strumenti per la realizzazione di laboratori e di proposte rivolte ad un’utenza non strettamente scolastica o comunque non semplicemente legata agli alunni degli istituti.
Per quanto riguarda la fattoria didattica esistono sia la legge che il regolamento che il repertorio delle competenze e dunque il processo di accreditamento che certifica la professionalità e la possibilità di esercitare l’attività per gli operatori. Quella delle fattorie didattiche è una rete in continua crescita che in questa prima fase è per lo più composta da agriturismi che diventando fattorie didattiche beneficiano di una normativa igienico sanitaria e residenziale meno stringente della normativa agrituristica (ragionamento cinico, ma realista).
Presente
L’educazione ambientale è oggi il luogo dalle mille potenzialità e io vedo il rischio di quello che definiamo simbolicamente imbuto progettuale, troppe idee e progetti potenzialmente validi che nella ricerca di concretezza per tutti si ostacolano a vicenda impedendo la realizzazione piena, progressiva e graduale delle potenzialità individuate. Grande confusione tra i vari assi del piano infea con la parte informativa che oggi sovrasta la parte educativa alla ricerca di conforto sulla quantità. A titolo di esempio scendo su questioni specifiche per evidenziare le possibili contraddizioni che vanno sciolte(non ho mai considerato il numero dei partecipanti alle attività proposte come unico elemento di giudizio della bontà di un percorso, è elemento importante, ma non prioritario). I ragionamenti successivi che indicano linee di indirizzo e di lavoro sono fatti su criteri puramente personali.
Metodo
Si può agire su quella che definisco interpretazione ambientale, con proposte interessanti, più o meno laboratoriali, generalmente brevi, in cui al confine fra scuola e educazione ambientale, si lavora per aumentare la vicinanza fra persone e ambiente per spiegare modi di produzione, per “far vedere meglio”, con lo scopo di aumentare la consapevolezza e sviluppare un senso di appartenenza e di empatia con l’ambiente che ci circonda. Se ben progettate, queste attività risultano piacevoli per gli ospiti, creando le premesse per centrare l’obiettivo educativo di aumentata consapevolezza. Facile scivolare sulla buccia di banana del trasferimento dell’informazione da chi sa a chi non sa con negazione dei principi fondanti dell’educazione ambientale.
Le attività di educazione ambientale vere e proprie si dipanano generalmente su tempi più lunghi, sono oggetto di progetto e di verifica, hanno l’ambizione di agire su consapevolezza, conoscenza e atteggiamenti e di porre gli utenti di fronte alla possibilità di scelta di modificare le proprie abitudini in direzione maggiormente rispettosa dell’ambiente che ci circonda, grazie sia all’aumentata conoscenza sia al “fare” (anche al capire facendo o meglio per me capire ripensando a ciò che si è fatto) elemento distintivo dei progetti di educazione ambientale.
Persone
In questo caso una banalità, ma mentre per gli utenti è evidente l’intenzione di proporre progetti “da zero a cent’anni”, è altrettanto evidente che i laboratori vanno gestiti da operatori che abbiano due caratteristiche: passione e attaccamento al tema di cui si occupano e capacità di comunicazione e di gestione dei gruppi. Un buon agricoltore, anche se può essere naturalmente un buon comunicatore, può trovarsi in difficoltà nella gestione del gruppo e può mancare di metodo anche a fronte di grandi competenze e conoscenze sulla materia (buona regola conoscerne 100 per raccontarne una).
Per orientarci ancora meglio nel multiverso contraddittorio un’ulteriore contributo sulla questione della forma (guida tratta dal sito arpa Friuli ):
EDUCAZIONE FORMALE:
avviene nelle istituzioni formalmente dedicate all’istruzione e alla formazione e si conclude con l’acquisizione di un diploma o di una qualifica riconosciuta. Quindi ha luogo nell’intero sistema scolastico, che va dalla scuola primaria all’università e include una varietà di programmi e di istituti specializzati per la formazione tecnica e professionale.
EDUCAZIONE NON-FORMALE:
s’intende ogni attività educativa organizzata al di fuori del sistema formale e realizzata, ad esempio, nel luogo di lavoro o nell’ambito di organizzazioni o gruppi della società civile, nelle associazioni ecc. È rivolta a categorie di utenti ben individuabili e si pone determinati obiettivi nel campo dell’apprendimento, ma non prevede l’acquisizione di titoli di studio o qualifiche riconosciute.
EDUCAZIONE INFORMALE:
è un processo, non legato a tempi o luoghi specifici, per il quale ogni individuo acquisisce – anche in modo inconsapevole o non intenzionale – attitudini, valori, abilità e conoscenze dall’esperienza quotidiana e dalle influenze e risorse educative nel suo ambiente: dalla famiglia e dal vicinato, dal lavoro e dal gioco, dal mercato, dalla biblioteca, dal mondo dell’arte e dello spettacolo.)
Contenitore
Mi interessa la questione la residenzialità, in genere permette il realizzarsi anche di proposte che tengano in maggior considerazione la socialità fra studenti o fra gli ospiti e che possano svilupparsi su tempi lunghi e quindi non più semplicemente il laboratorio di tre ore mordi e fuggi che va bene per alcune proposte, ma che come detto rimane vincolato all’indagine ambientale. Lasciare questa parte all’albergo determina la scomparsa di numerose occasioni per apprendere e sposta le risorse destinate all’educazione sul comparto turistico ricettivo (interessante la fornitura di medaglioni surgelati e altre leccornie a pranzo lavorando sulla contraddizione, come laboratorio sull’alimentazione mangiamo schifezze insalubri!)
Altro
La questione della partecipazione attiva degli “utenti” riveste per me grande rilevanza, ma anche qui se abbiamo un operatore, grande comunicatore, ma incapace di riuscire a mettere gli altri nella condizione di “usare le mani”, inutile ostinarci a realizzare laboratori pratici, ma puntiamo appunto sull’indagine ambientale. Quello che sostengo è che una volta data la cornice di riferimento, l’esito finale è giustamente condizionato da vari fattori e non da regole fisse scritte senza considerare i fattori che invece garantiscono la buona riuscita di un laboratorio, lo potremmo definire come atteggiamento maieutico sia nei confronti degli ospiti, ma anche degli operatori, parte importante come dicevo in premessa al pari di metodo, contenuto (fattoria, astronomia, scienza), contenitore e scopo.
Progettazione
Chiudo con alcuni elementi della progettazione (do per evidenziata la questione dei tempi di svolgimento che ha necessità di ulteriore riflessione a mio parere) usati a titolo esemplificativo, ma utile a dimostrare che l’improvvisazione va stimolata, ma anche canalizzata altrimenti produce spostamenti caotici e non sempre dal caos nasce un universo armonico.
Progettazione col metodo delle simmetrie (ne esistono vari che vanno scelti, insisto vale come esempio):
elemento percettivo attivo, devo sentire, osservare, leggere, ricordare, confrontare, ma anche costruire, smontare, “pasticciare”, fare e rifare;
elemento logico emotivo, ad ogni informazione di tipo scientifico (dati-quantità-nomi-processi) devo affiancare attività e/o informazioni che coinvolgano sentimenti;
elemento generale personale, devo poter riflettere i temi generali sul mio quotidiano, sul privato;
elemento globale locale, dal mondo alla mia città;
elemento interno esterno, c’è necessità di partire dal reale come pretesto generando interesse per questo stesso reale anche perché evidenziando la fitta rete di relazioni con l’esterno rendiamo visibile ciò che spesso non lo è.
Scopo
Il problema centrale dei processi educativi, un po’ la memoria, un po’ l’incertezza sul futuro, un po’ mettetecelo voi, ma mi pare che non sappiamo più con precisione e condivisione spiegarci e spiegare perchè lo facciamo, qualche idea in proposito io ce l’avrei.