sulla pratica, sul metodo e forse sull’efficacia

Fra le varie osservazioni dei bambini durante la permanenza a Panta Rei, mi piace citare quella di una pistoiese che agli albori, quando il centro non era ancora costruito e partecipando ad un’attività sulla terra cruda di autocostruzione dei mattoni che sarebbero serviti per costruire le strutture ci disse, “non pensavo che i mattoni si facessero, pensavo si comprassero”.

Questa affermazione mi è spesso tornata in mente quando ho ragionato sul laboratorio della terra cruda e sull’importanza della manualità che nel caso di Panta Rei trovava applicazione diretta, pratica, sensata nella partecipazione a quello che abbiamo definito “cantiere scuola” e “cantiere permanente”.

Mettere le mani nella terra, uscire dal ristretto universo parolaio in cui si confina a volte la spiegazione, porre l’applicazione come perno dell’apprendimento, sperimentare la materia e usarla per un fine evidentemente utile non tanto a se quanto agli altri.

Utile per se nel momento in cui ci si confronta con un modo di costruzione antico e comprensibile, utile per gli altri nel momento in cui si costruisce qualcosa non di proprietà che altri useranno.

Nel corso degli anni il laboratorio si è modificato, accorciato e allungato, adattato e potenziato cercando di rimanere attaccato a quei principi su cui era nato, ma guardando a chi lo conduceva, a chi lo partecipava, alla sua utilità.

Recentemente una ragazza, a margine del laboratorio mattoni, in forma scritta, ha commentato: “mi ha colpito molto la creazione del mattone, che per un piccolo pezzettino di casa serva tanto lavoro”.

Eterogenesi dei fini o no e sistemi di certificazione più o meno complessi,  stiamo andando nella direzione che avevamo scelto, e non ci andiamo da soli.

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